399 interviste è inadeguato, 401 va benone … o no ?


Una delle questioni sempreverdi delle indagini quantitative è: quante interviste facciamo ? Una domanda ormai stereotipata perché dietro c’è una teoria che il committente standard non conosce (e perché dovrebbe?) e che nella frenesia della risposta alle richiesta di quotazione non c’è modo (né voglia ormai) di spiegare. Allora ci si rifugia in una soluzione standard ovvero, una delle seguenti:

  1. un campione di 400 interviste come risposta alla soglia psicologica del 5% di errore
  2. un campione di 500 interviste come arrotondamento che fa tanto chic della soglia psicologica di cui sopra
  3. un campione di 1.000 casi, che è la soluzione “populista” di un’epoca populista, perché 1.000 suona bene. Ha 4 cifre, le ultime tre sono zeri e quindi suona … più che bene. Non è un caso che la maggior parte dei sondaggi politici siano strutturati su campioni di 1.000 interviste, cosicché parlano la stessa lingua degli addetti ai lavori e di chi li legge, perpetuando una prassi che di scientifico ha poco (perché mai dovrei impostare un errore 2-sigma esattamente pari al 3,2% ??) ma tanto di populista, appunto.

Questo articolo non vuole essere una lezione teorica sulla scelta della numerosità campionaria, ne potete trovare a bizzeffe e di migliori nel web, ma solo a scopo propedeutico mi piace ricordare che:

  • la numerosità campionaria determina l’errore statistico in base a una funzione continua. Assumendo un livello di confidenza del 95%, o se vogliamo per semplicità, assumendo come riferimento un intervallo 2-sigma (quindi con un livello di confidenza precisamente del 95,45%):
    • l’errore statistico massimo atteso di un campione di 399 interviste è pari a 5,006%
    • l’errore statistico massimo atteso di un campione di 400 interviste è pari a 5,000%
    • l’errore statistico massimo atteso di un campione di 401 interviste è pari a 4,994%

E’ lampante che 400 non è il numero magico al di sotto del quale siamo nell’inferno degli statistici, né sopra dei 400 siamo felicemente in paradiso. Semplicemente, ogni intervista in più riduce, lievemente, l’errore. Stop.

La domanda che ponevo ai miei interlocutori nei primissimi anni di attività professionale era: quale errore massimo siete disposti a tollerare? Questa era e rimane la domanda cruciale, oggi soffocata dal clima da fast food che pervade il mondo della ricerca di marketing in Italia, ovvero che costi poco, chdecorative-tree-vector-image-winter-birds-44148785e sia veloce e soprattutto che non disturbi il conduttore…

 

Lo spazio di professionalità che rimane a un coscienzioso pianificatore della ricerca è costituito quindi da:

  • l’ottimizzazione del disegno campionario, adottando la strategia più adatta alle circostanze in grado di abbassare l’errore campionario (di norma: un’opportuna stratificazione e quando possibile il ricorso a panel, unità autorappresentative e altri piccoli dettagli/segreti del mestiere)
  • la puntuale definizione del target dell’indagine e del metodo di realizzazione delle interviste più adatto al contesto dell’indagine
  • il controllo feroce della qualità delle interviste realizzate.

In qualunque contesto operativo la risposta più appropriata è la professionalità e il mettersi, mani e piedi, nei panni del committente.

Buone ricerche a tutti !

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