Entrando oggi nella home page di wordpress.com ho notato un link a un blog, titolato “We all married the wrong person” e avendo già l’intenzione di scrivere qualcosa al riguardo della classe politica italiana l’ho istantaneamente declinato in “We all voted for the wrong person“.  Scherzi dell’inconscio…

Fatto sta che le forze politiche si stanno mobilitando in vista di possibili elezioni, qualcuno ha mobilitato la sua tribù con sms, altri hanno messo in moto la macchina dei sondaggi. Tutto quel lavorio più o meno oscuro che precede le elezioni insomma.

Si tratta in verità di qualcosa di profondamente avvilente, in quanto è lampante che tutto lo sforzo comunicativo è rivolto alle elezioni. L’interesse è quindi esclusivamente orientato al voto, il quale è solo uno strumento di partecipazione e di scelta ma non l’essenza stessa della politica. Al proposito, non essendo un esperto di lingue, storie e culture antiche mi limito a invitarVi a riflettere sul significato originario di termini come “politica” (dal greco politikós) o repubblica (dal latino res publica, ovvero “cosa pubblica”).

Nel frattempo cresce l’astensionismo e le sue varie e molteplici interpretazioni, cosicché cresce con esso una nuova classe di persone che non ha alcun interesse per la politica, semplicemente perché la politica non ha alcun interesse per loro.

Credo che la classe politica debba mettere in campo una nuova etica verso il cittadino-elettore, intanto affrancandosi dalla convinzione che esso sia innanzitutto un elettore, cosicché il primo passo dovrebbe essere quello di definirlo semplicemente “cittadino”.

Una componente importante di questa nuova etica (oltre alle indiscusse qualità morali sulle quali troppo spesso si sorvola in Italia) è quella dell’ASCOLTO. Oggi l’ascolto delle opinioni e delle tendenze dei cittadini è limitato nel tempo (essenzialmente concentrato in prossimità delle elezioni), nelle tematiche indagate (intenzione di voto, candidati preferiti, quali progetti inserire nel programma) e nella modalità di comunicazione.

Quest’ultima (la modalità di comunicazione) è essenzialmente unidirezionale, ossia: il politico parla al cittadino (anzi al cittadino-elettore) attraverso i media, volantini, lettere, ecc. oppure il cittadino parla al candidato rispondendo alle domande del sondaggio. Stop, qui finisce, nessuna interazione, nessun vero confronto. Eppure il presidente degli Stati Uniti ha dimostrato con la sua campagna elettorale che si può comunicare anche in modo più diretto, sfruttando al massimo le potenzialità del web. Quanti politici italiani gestiscono almeno un blog ? E quanti possono dire che attraverso di esso hanno sviluppato un vero dialogo con i cittadini ?

Tornando all’ascolto ed entrando ora in un campo per me più congeniale, esso si sviluppa oggi soprattutto attraverso il sondaggio. In primis i sondaggi base line, utilizzati per lo più all’inizio delle campagne elettorali, per analizzare giudizi e valutazioni sui candidati, temi caldi, ecc.; in seconda battuta i sondaggi tracking poll, con i quali si segue l’andamento delle intenzioni di voto e a volte le motivazioni che portano gli elettori a modificare la propria intenzione di voto. A causa della crescente disaffezione di cui sopra, in modo quasi paradossale, il “segmento di mercato” che riceve le maggiori attenzioni in questa fase è quello dei cosiddetti “indecisi”. I quali poi non è detto che siano veramente indecisi, anzi, spesso hanno già deciso da un pezzo che a loro di tutto questo turbillon non gliene interessa poi molto.

Un altro strumento utilizzato, oggi più spesso che in passato, è quello del focus group, attraverso il quale si possono approfondire alcuni particolari aspetti, relativi all’immagine, al modo di porsi e di comunicare, ai problemi più sentiti.

Tutto ciò è certamente necessario o almeno utile e credo che oggi lo facciamo senz’altro bene. Occorre però riempire tutto questo di buone intenzioni, soprattutto di una reale volontà di ascoltare il cittadino.  Con questo approccio si potrebbero attuare almeno due cambiamenti significativi:

  1. stabilire un rapporto diretto con i cittadini, attivando un contraddittorio, un dialogo vero, un confronto nel quale il politico si metta in gioco, difendendo le proprie convinzioni quando necessario, ma essendo anche pronto a modificare le proprie posizioni a fronte di buoni argomentazioni. Per far questo occorre anzitutto sfruttare le potenzialità del web 2.0, a partire dai social networks per finire con i blog.
  2. trasformare questo rapporto da temporaneo in continuativo, ossia attuarlo non solo in prossimità delle elezioni ma sempre, giorno dopo giorno. Quanti politici agganciano i loro potenziali elettori su Twitter e poi lasciano morire il proprio account subito dopo le elezioni ?
  3. passare dall’ascolto alla partecipazione, utilizzando gli stessi strumenti di indagine (sondaggi a campione) per prendere decisioni su temi border line.  Penso ad esempio a determinate decisioni, non di carattere strettamente politico, per le quali si potrebbero svolgere sondaggi a campione certificati da soggetti accreditati per poi prendere le decisioni sulla base dei risultati.

Tirando le fila del discorso, nell’ultimo decennio si sono fatti notevoli passi in avanti nell’utilizzo degli strumenti della ricerca di marketing al servizio della politica, ma nel contempo si sono fatti dei passi indietro sulle motivazioni e sul rapporto generale tra la politica e la gente. Proprio nel momento nel quale l’ascolto si è trasformato in modalità scientifica e spesso tecnologicamente avanzata, è venuto meno l’elemento che lo rende fertile e produttivo, ossia la reale disponibilità ad ascoltare, comprendere, risolvere.

Yes, You can !