Lo spunto per questa riflessione mi è stato dato dall’articolo pubblicato il 3 febbraio nel blog di Seth Godin, il “markettaro pazzo” come qualcuno lo definisce. In questo articolo Seth rilancia in chiave di marketing la dicotomia hunters-farmers tra il consumatore “cacciatore” (hunter) e il consumatore “agricoltore” (farmer).

Beninteso il concetto non è assolutamente nuovo, anzi l’esperienza di acquisto, secondo una visione antropologica, è considerata un’attività di approvvigionamento di risorse e quindi collegata a due fasi fondamentali dei primi passi dello sviluppo dell’umanità, appunto (i) la fase del nomadismo caratterizzata da un approvvigionamento basato essenzialmente sulla caccia, contrapposta (ii) alla successiva fase dell’insediamento, caratterizzata dalla prevalenza dell’approvvigionamento agricolo. Si sono così teorizzati due archetipi di esperienza d’acquisto che partendo da queste traccie antropologiche presenti in ognuno di noi e sviluppate in un contesto più complesso sarebbero attuali ancora oggi.

Secondo molti analisti il consumatore contemporaneo sarebbe una persona attiva, decisionista, flessibile, imprevedibile, fondamentalmente instabile e mutevole. Non è forse questo l’archetipo dell’hunter ?

Se così è, l’aspetto emozionale e simbolico del prodotto/servizio prevarrebbe sempre e comunque sul sistema di pesi e contrappesi messo in gioco dalla razionalità. Ecco perché conviene allora, in base alla dicotomia proposta da Godin, puntare sulla competizione simbolica nei confronti dei competitors piuttosto che sulla persuasione razionale sui vantaggi del proprio prodotto/servizio.

Chiaro che la presunta prevalenza numerica degli hunters va verificata e non presuppone l’estinzione dei farmers. Anzi, in ogni specifico mercato diventa importante misurarne le proporzioni. Una nuova sfida, insomma, per chi realizza ricerche sul consumatore.